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il teatro a Napoli
poesia-'o triatro
‘O Triatro
scritta da Annamaria Cembalo
‘O triatro senz’attore
‘ossaje che d’è?
E’ comm’a nu ciardino
Senza ‘e ciuri profumati.
E’ comm’a na notte
Senza ‘a luna mmaculata
E’ comm’ammore
Senza ‘e nnammurate.
E l’attore senz’o pubblico
Ossaje che ssò?
So’ comm’a na gregge
‘e pecure sperdute,
so’ comm’a cchilli figli,
ca puverielli,
‘a mamma nun ll’hanno
canasciuto.
Chillu pubbleco sperduto
E maleziuso,
ca arreto ‘e lluce
acquattato se ne sta,
tu nun ‘o vide
eppure saje che
sta lla’;
e allora capisce
ca comm’a na
figliola bella e rispettusella
ll’ammore suo t’e a
piglià,
te ‘aggirà,
te ‘arravuglià,
te ‘a sapè conquistà
e si cchesto succede
tu siente che ‘o respiro
suoio e ‘o tuoio
so’ una cosa,
è comme si allintrasatta,
fore stagione,
dint’o ciardino tuoio fosse
schiuppata na rosa.
E io senza tutto chesto;
ossaje che sso’?
s’ò comm’a na fronna
ngialluta che da
coppa a n’albero
cu na fulata ‘e viento
se n’è caduta.
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storia del teatro napoletano
Il teatro a Napoli vede i suoi albori perdersi nella notte dei tempi. Certo non si pretende d'iniziare la nostra storia a partire dall'epoca dei Cesari, ne vogliamo narrare delle tante compagnie girovaghe che nel medioevo affollavano le piazze in tempi di fiere e mercati. Inizieremo la nostra storia a partire dall'anno 1500. Le prime notizie certe che ci vengono dalla storia, fanno risalire ai tempi della corte aragonese la nascita dei primi attori e commediografi napoletani. Infatti,verso la fine del quattrocento, alla corte aragonese, risplendente della gloria del Cariteo, appare un poeta di nome Pietro Antonio Caracciolo, autore di una farsa dal nome "La farsa de lo cito", della quale a noi sono giunti solo piccoli frammenti. Ma già qualche anno prima, il 4 marzo del 1492, Jacopo Sannazaro, celebrava le vittorie degli spagnoli e la presa della città di Granata alla presenza di Alfonso D'Aragona duca di Calabria, ridicolizzando la figura del profeta Maometto e magnificando le gesta del condottiero aragonese; quest'opera dal titolo "Arcadia" ricalcava quello che era lo stile drammaturgico del '500 e cioè fungere da specchio dorato per i regnanti, dove le trame e le battute altro non erano che strumenti di adorazione. Ciò non poteva certo andar bene ai cavalieri, bramosi di schietto divertimento. La svolta fu ad opera di P.A. Caracciolo che con l'opera "Imagico" (il mago) ripudiava il linguaggio merlettato e fiorito dei sovrani ed attingeva dal popolo sia la trama che la dialettica. Egli si presentò in scena «...togato, con faccia et barba antiqua de summa auctorità accompagnato da quattro soy discepuli de bianco vestiti». Possiamo quindi stabilire che i primi veri attori del teatro napoletano furono Jacopo Sannazaro e P.A. Caracciolo, autori e registi di se stessi, che ebbero, tra l'altro, anche il merito di far uscire il teatro dalle mura delle corti e dei palazzi reali, portandolo in mezzo alla gente che in futuro ne farà una ragione di vita.
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Di Eduardo De Filippo
"Quant'è bello o colore de e pparole e che festa vedendo nu fuglietto, nu piezzo e carta, nun importa si è stracciato e po' azzeccato e si è tutto ingialluto, pa a vecchiaia che fa?
Che t'emporta? Addeventa 'na festa si e pparole ca porta scritte so state scigliute a seconda do o colore de e pparole.
Tu liegge e vide o blu e o celeste, vide o rosso… o verde o paonazzo.
Te vene sotto all'uocchi l'amaranto si chello ca scigliuto conosceva a faccia a voce e l'uocchi e nu tramonto.
Chillo ca sceglie si nun sceglie buono se mescano e colore dde e pparole e che succede? Nna mesca Francesca e pparole miscate tutte uguale e ddo o stesso colore grigio scuro. Nun parla o cielo, nun sento o mare e o mare parla, dice e o cielo è parlatore.
A fontana nun (…), o viento more, si sbatte nu balcone nun lo siento, o friddo se confonne co o calore e a gente parla come fosse muta.
E chisto è o punto.
Manco nu pittore po sceglie o colore dde e pparole".
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Nino Taranto
Nino Taranto, uno dei figli più degni di Napoli, nacque a Napoli il 28 agosto del 1907, catapultandosi, già in tenera età, nel mondo dello spettacolo, dando un segno inequivocabile, a tutti, che il suo destino di artista era già segnato. Entra, in questo modo, a far parte di tutti quei grandi artisti napoletani che hanno imparato prima a recitare e poi a camminare, come i De Filippo, i Fumo, i Maggio, i Di Napoli e tanti altri ancora. L'ingegno e l'arguzia del Nostro, lo portarono a darsi quella connotazione particolare che fa di un artista un genio. Tra le altre, egli indossò, per molti anni la famosa paglietta. Al contrario di altri artisti (la paglietta era molto di moda), egli la tagliuzzò sulla falda frontale per darsi un identità tutta sua. Quella paglietta lo ha accompagnato per tutta la sua carriera nel varietà raccogliendo, in uno con Nino, una gran messe di successi.
Attore, cantante, macchiettista (memorabile la sua Ciccio Formaggio).
Fu proprio attraverso la sceneggiata che Taranto ebbe modo di forgiare un carattere di recitazione tutto suo, fatto di mimica, improvvisazione e professionalità ed improntato alla massima serietà ed abnegazione verso il suo lavoro. Nino Taranto ebbe modo di dedicarsi alla Rivista, nella quale impose i suoi caratteri e la sua verve e dalla quale ricette ampie soddisfazioni. Dalle tavole del palcoscenico passò ben presto ai teatri di posa cinematografici dove l'incontro con il Principe della risata, Antonio De Curtis in arte Totò, lo consacrò e lo consegnò ad un pubblico ben più ampio. Con Totò, Taranto é letteralmente esploso e, seppur sacrificato al ruolo di spalla, ha sempre saputo ritagliarsi un ruolo tutto suo, senza farsi travolgere dalla grandezza del Principe. Tra i films più belli ricordiamo: I pompieri di Viggiù, Il monaco di Monza, l'indimenticable "Totò truffa '62" e "Totò contro Maciste".
La sua carriera, Nino, l'ha terminata sulle tavole del teatro Sannazzaro nella compagnia di Luisa Conte, con interpretazioni che hanno dell'eccezionale.
Nino Taranto morì a Napoli il 23 febbraio del 1986.
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Antonio De Curtis in arte Totò
Attore, ma anche paroliere e poeta italiano. Vero nome Antonio De Curtis (Napoli, 15 febbraio 1898 - Roma, 15 aprile 1967). Nato nel famoso Rione Sanità del capoluogo partenopeo, viene registrato all'anagrafe da sua madre Anna, come Antonio Clemente. Quando più tardi la donna sposa il Principe Giuseppe De Curtis, il piccolo viene riconosciuto dal nobile come suo figlio. Dodici anni dopo, nel 1933, il marchese Francesco Maria Gagliardi lo adotta, trasmettendogli i suoi titoli gentilizi. Ma solo a partire dal 1946, il tribunale di Napoli autorizza Totò a fregiarsi dei nomi e dei titoli di: Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania e del peloponneso, Conte di Cipro e di Epiro, Conte e Duca di Drivasto e Durazzo..Non termina gli studi, lasciati a quattordici anni, e proprio a causa di una pallonata a scuola, gli si atrofizza una parte del naso regalandogli quell'espressione che l'ha reso famoso nel mondo. Dopo l'esercito, Totò si affaccia al teatro. A partire dal 1917 si dedica alla Commedia dell'Arte, recitando canovacci in dialetto napoletano ma, data la flebile accoglienza, parte per Roma dove arriva il successo prima al Teatro Jovinelli, poi al Teatro Umberto. Nel 1929 arriva anche l'amore travolgente di Liliana Castagnola, una chanteus che, lasciati uomini ricchi e magnati dell'industria europea, s'innamora sul serio del giovane attore napoletano. Ella vuole che Totò rinunci ad un contratto a Padova ma lui accetta e la donna, sconvolta, si uccide con dei barbiturici. Nel 1932 sposa Diana Rogliani appena diciassettenne e, l'anno successivo, battezza la primogenita Liliana, in omaggio al suo amore scomparso. Dopo l'annullamento del matrimonio nel 1940, la coppia vive insieme ancora per dieci anni, ma per un presunto flirt di Totò con Silvana Pampanini, Diana accetta la proposta di matrimonio dell'avvocato Tufaroli. E l'attore, per l'occasione, scrive la celebre canzone Malafemmena. Già dal 1936 calca i palcoscenici italiani, ma il successo esplode dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando comincia ad affermarsi nella rivista comico musicale. Dopo il suo primo film Fermo con le mani, le sue pellicole conterranno sempre il nome di Totò dato il richiamo del caratterista napoletano: Totò e Cleopatra, Totò d'Arabia, Totò sexy, tutte parodie di film famosi. Definito dalla critica il Fernandel italiano recita con il collega d'oltralpe nella pellicola La legge è la legge, del 1958. Già dal 1951 vive, e lo farà fino alla morte, con Franca Faldini, l'ex Miss Cheesecake (titolo vinto a suo tempo da Rita Hayworth e Marlene Dietrich) che ha sposato in Svizzera nel 1954. Anche se lei ha sempre smentito. La storia dice che le ultime parole di Totò il giorno della morte, siano state t'aggio voluto assai bene, Franca. Proprio assai. Un infarto lo stronca il 15 aprile 1967, subito dopo il suo ultimo ciak, Capriccio all'italiana. Il suo funerale nella Basilica del Carmine Maggiore a Napoli è stato seguito da tremila persone commosse e gli applausi fragorosi, hanno coperto il suono delle campane. Qualche giorno dopo, col permesso della figlia Liliana, è stato fatto un funerale-bis al Rione Sanità. Dal 1937 al 1967, i suoi film sono stati visti da 270 milioni di persone.
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Raffaele Viviani
Raffaele Viviani nacque a Castellammare di Stabia il 10 gennaio del 1888 da famiglia povera, il padre cappellaio e poi vestiarista teatrale e la madre casalinga. Ad appena 4 anni e mezzo fece il suo esordio in un teatrino di marionette sito in via Foria, di proprietà di Aniello Scarpati. A soli dodici anni Raffaele rimasto orfano del padre rimase in un profondo stato d'indigenza e col gravoso compito di badare alla madre ed alla sorella Luisella. La tragicità della condizione familiare di Papiluccio traspare, in maniera straziante, dall'opera autobiografica La Boheme dei comici che egli scrisse nel 1930. Eccone uno stralcio molto significativo:
...Pecché nun ce steveno soldi. (pausa) Quanno s'avev'a scavà venette 'o terrasantiere 'a casa a ce avvertì. Nuje pregaiemo e fa stà a papà n'atu ppoco sott'o turreno, cu a speranza,sempe, 'e lle puté accattà 'nu fuosso;metterce 'na croce, 'nu nomme scritto 'ncoppa comme a 'nu cristiano... Tutto inutile: a rimando a rimando, passaieno tre anne e miezo. (pausa) Ll'uldema vota ca venette 'o terrasantiere 'a casa, stevemo 'a duje juorne diune... «Io l'aggìa scavà pe fforza» dicette. «E si nun tenite 'e sorde, io l'aggìa menà mmiezo a ll'ate». «Menatelo addo vulite vuje !». Rispunnette io. «Sempe meglio e nuje stà». (Pausa) A miseria nun te fa capì niente cchiù ! S'addiventa n'incosciente.
Gli anni della sua gioventù, semmai ne ebbe una, li spese a girare in lungo ed in largo l'Italia intera allo scopo di ricevere una scrittura, affermarsi e quindi provvedere alla sua famiglia. A 20 anni compiuti, grazie alla sua forza di volontà, alle sue doti artistiche, ed al suo spirito di sacrificio, il nostro Papiluccio era già conosciuto ed apprezzato nei teatri di tutta la penisola, la sua bravura e la sua fama lo portarono ben presto fuori dai patri lidi. Nel 1911 lo troviamo a Budapest, nel 1915 a Parigi, nel 1925 a Tripoli e poi ancora in Brasile, Uruguay e Argentina. Papiluccio portò alla ribalta di tutti i teatri quei tipi da lui resi celebri, come: 'O scugnizzo, 'O scupatore, 'O cucchiere, 'O sunatore 'e pianino, 'O tramviere, 'O mariunciello, Il mendicante e moltissimi altri ancora. Raffaele Viviani é stato l'attore più importante della prima metà del 1900, nelle sue bellissime opere ha raccontato una Napoli viva, quella Napoli dei vicoli, dei mille mestieri, con i suoi tanti nei: prostitute, guappi, lenoni, ladri, ma anche commercianti, lavoratori, operai, contadini. Viviani con i suoi toni, le sue armonie ed i suoi colori, ha costituito per lungo tempo l'unica alternativa al teatro pirandelliano, creando egli stesso una nuova forma di fare teatro, una nuova forma che purtroppo (e lo diciamo a malincuore) é rimasta lì,ferma, senza che nessuno, che ne fosse degno, abbia ripreso il suo discorso. La sua arte era immensa, la sua maschera era stupenda, Viviani fu anche poeta ed autore di bellissime canzoni. Egli divenne uno dei maggiori esponenti della drammaturgia napoletana, e ci fa piacere ricordare, tra le sue più belle opere: 'O vico, Tuledo 'e notte, Lo sposalizio, Circo equestre Squeglia, I pescatori e Morte di Carnevale. Si spense il 22 marzo del 1950 e, prima di morire, dopo esser stato zitto per più di 12 ore, trovò la forza di chiedere, con un ultimo sforzo e con un tenue filo di voce: Arapite, faciteme vedé Napule.
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Regina Bianchi
Regina Bianchi, uno dei nomi più prestigiosi del nostro teatro, nasce a Lecce,figlia d'arte di genitori d'origine francese.
Compare in palcoscenico a soli otto giorni ed in teatro cresce e si forma. A 16 anni entra come attrice giovane nella compagnia di Raffaele Viviani, suo autentico maestro, dal quale apprende lacreatività e la magia dell'interpretazione.
Nel 1940 sostituisce Titina nella compagnia di Eduardo e Peppino De Filippo, e, con i De Filippo, resta per molti anni, creando un sodalizio che la porta all'indimenticabile interpretazione di "FILUMENA MARTURANO" nella famosissima commedia omonima.
Si assenta dal teatro dopo l'incontro con un grande regista di cinema: Goffredo Alessandrini, che la dirige nel film "IL PONTE DI VETRO" e ne resta talmente affascinato che la volle con sè.
Dopo la nascita di due fìglie, che con Alessandrini riempiono il suo privato, nel 1959 ritorna al teatro con Eduardo.
Con lui interpreta tutti i personaggi ispirati e vincolati all'arte straordinariamente duttile di Titina, oramai ritiratasi:
la Teresadi "DITEGLI SEMPRE SI'",
l'Amalia di "NAPOLI MILIONARIA",
l'Armida di "QUESTI FANTASMI",
la troviamo in "SABATO,DOMENICA E LUNEDÌ",
ne "IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ",
nei teatri e cicli televisivi destinati al celebre artista napoletano.
Segue Eduardo nelle fortunate tournée all'estero, ed in particolare a Mosca ricevono un'accoglienza calorosissima.
L'istintiva versatilità nel contrassegnare e caratterizzare ipersonaggi, il gusto scioltamente moderno e quel sicuro passare dalla dolcezza alla drammaticità, dalla comicità esplicita alla ironia più sottile, sono proprie di Regina Bianchi, che passa dal teatro al cinema, alla televisione con altrettanta disinvoltura ed intensa attività.
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Pupella Maggio
Giustina, detta Pupella, nasce nel 1910 e si affaccia alla carriera teatrale ad appena un anno di vita: fu portata in palcoscenico in una cesta per la rappresentazione della Pupa movibile di Petito e per questo fu chiamata affettuosamente Pupella, nome destinato a non lasciarla più per tutta la vita. Pupella ebbe una fulgida carriera artistica: capace di cantare, ballare e recitare si affiancò ad attori del calibro di Ugo D'Alessio, Totò e Taranto. Crescendo Pupella si cimentò nelle parti di amorosa nei drammoni popolari, sfruttando però sempre la sua vena comica. Tuttavia Pupella dovrà aspettare il 1954, vale a dire l'entrata nella Compagnia di Eduardo De Filippo, per cominciare ad ottenere i suoi primi veri successi dopo la lunga gavetta. Nella compagnia di Eduardo De Filippo ricoprì ruoli memorabili. Come non ricordare la Concetta di Natale in casa Cupiello o Donna Rosa Priore in Sabato Domenica e Lunedì, ruolo che fù scritto espressamente per lei da Eduardo e che le valse ben tre riconoscimenti. Dopo la grande stagione con "il maestro di teatro e di vita" Pupella allargò la propria esperienza professionale interpretando: La Madre di Brecht, Aspettando Godot e Questa sera Amleto per la regia di Calenda, fino al gran successo, condiviso con Beniamino e Rosalia, di: E'...'na sera è Maggio, e ancora, Napoli notte e giorno e Persone naturali e strafottenti per la regia di Patroni Griffi. Per quanto riguarda il cinema Pupella riteneva di averne fatto poco ma di quel poco si riteneva fortunata.
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Luisa Conte
Luisa Conte nacque il 27 aprile del 1925 da Alberto e Francesca Malleo. Figlia d'arte da parte di madre, in quanto il fratello della mamma, Pasquale Malleo era, in arte, Fiorante marito di Nunzia Fumo e valente interprete del repertorio vivianesco (ultraventennale la sua collaborazione con don Raffaele). Fu proprio in casa Malleo che sbocciò in Luisina (perdonatemi ma mi piace chiamarla Luisina, come la chiamavan tutti) l'amore per l'arte dello spettacolo. D'altronde era inevitabile, Fiorante, i Fumo e in ultimo ma non per ultimo, la nonna Brigida Conte ballerina al San Carlo, Luisina fu l'unica di 16 figli ad esplodere in quel mondo. Negli anni trenta la vita per la famiglia Conte era un po' dura, il padre arriffatore forcellese e la madre sarta faticavano a sbarcare il lunario, tutti dovevano partecipare al bilancio familiare. Luisina andò, come baby sitter, a casa di zio Pasquale "fiorante" e zia Nunzia. Ho avuto il piacere immenso di essere stato fatto oggetto di confidenze da parte di Luisa, che amavo ed amo ancora, la quale mi narrò che ella non ricordava quando aveva esordito in teatro, ma mi disse "...me so' fatta signurina 'o San Ferdinando". Noi sappiamo che già all'età di quattordici anni era in compagnia con la Cafiero-Fumo al teatro di Pontenuovo e già era ambita da grandi capocomici come Viviani al quale, suo malgrado, Luisina dovette per ben due volte dire no. Nella Cafiero-Fumo, nel 1939, la nostra conobbe Nino Veglia che, nel 1947, poi diverrà suo marito e col quale partirà alla volta dell'America Latina per una lunga tournee, alla fine della quale ci fu il grande incontro. Luisina ed il marito furono scritturati da Eduardo e, con il Direttore, Luisina si forgiò, in modo completo, sia nel carattere che nella recitazione. All'inizio come scritturata semplice, poi come prima donna, Ella, seppe dare gran sfoggio della sua bravura, senza mai sbavare né strafare, con umiltà e semplicità, nascosta in un angolo a spiare ed a imparare. Il rapporto con Eduardo durò per circa quattro anni, nei quali Luisina seppe imporsi per la sua naturalezza ed onestà. Un giorno Luisina, che mi fece l'onore di farmi visita dove lavoravo, mi confidò che Eduardo le disse (parola più, parola meno): "...tu (a pochi Eduardo dava il TU) me piace pecché nun me allisce comme fanno ll'ate". Poi , la Nostra, lasciò Eduardo ma, dopo poco, il destino le aveva preparato un altro incontro che avrebbe cambiato la sua vita: Nino Taranto, col quale debutto, nel 1958, in Morte di Carnevale di Raffaele Viviani. La cosa che più mi affascinava di Luisina era l'amore, la devozione, il trasporto che aveva quando parlava del marito Nino Veglia, era una venerazione mista ad ammirazione, stima, per lei, Nino era un faro, un uomo dal quale imparare, da seguire, anche quando decise d'imbarcarsi nella difficile opera di ricostruzione del teatro Sannazaro. Cosa che avvenne agli inizi degli anni '70 e che lasciò sul lastrico la famiglia Veglia, senza più una lira (tutto speso nella ristrutturazione del teatro) e con la sola benedizione dell'indimenticato Mario Stefanile. Tutto andò per il verso giusto, Luisa Conte e Nino Veglia avevano fatto il miracolo di restituirci quel gran tesoro che è il teatro Sannazaro.
Pochi mesi prima della sua scomparsa, ricevetti le ultime visite di Luisina: "Sandruccio (così mi chiamava), j' me l'aggio accattà e tu m'ja fa ave' 'e sorde (lavoravo in un istituto di credito)", ci impegnammo nell'opera ma, purtroppo l'ineluttabilità della vita a volte ci tronca un attimo prima dell'apoteosi, ci precede di quel nanosecondo che ci impedisce di coronare un sogno. Luisina é stata un sogno per tutti i milioni di napoletani che hanno affollato la bomboniera di via Chiaia, ma il suo sogno, il più bello, quello di acquistare il "suo" teatro, non si é realizzato.
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Il settimo si riposò
per gentile concessione di www.casertanight.it
le foto-Teatro Ricciardi Capua
13/12/07
le nuove foto-Teatro Garibaldi S.Maria C.V.-28/03/08
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la compagnia è associata
Eduardo Scarpetta
Mario Scarpetta
gruppo teatro tempo
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